Teatro Caverna

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Teatrografia

L'amal'ora

L’AMAL’ORA, una scena.
Produzione Teatro Caverna e Centro studi Beppe Fenoglio e Fondazione Ferrero Con Damiano Grasselli

Spettacolo inaugurale del Trentacinquesimo festival di Santarcangelo dei Teatri 2005, ospite di numeorsi festival internazionali, trasmesso dalla Rai nell'autunno 2005.

Dentro una gabbia, che è casa, campo, fiume, seminario, dentro una gabbia che è soprattutto impossibilità di uscirne, Agostino racconta la sua storia, di povero servitore di mezzadri a cui muore il padre, a cui la vita ha riservato solo fatiche ed angosce, a cui anche la speranza di un matrimonio, è negata dalla malora. Una storia di un secolo fa, di un’Italia povera e contadina, di un nord ben lontano dall’essere motore industriale della nazione.
Dentro a questa gabbia Agostino racconta, ma il suo non è un lavoro di narrazione: la sua è una reviviscenza vocale di quel che è accaduto. Nel corpo di Agostino le voci cambiano, in continuazione, e prendono le forme dei personaggi che, come lui, sono sommersi dalla malora. Attorno a lui, quasi come in una nostrana Spoon River, i morti raccontano la vicenda di una vita durissima. Ma il corpo, la carne, è sempre quella di Agostino, che subisce le angherie, che stenta a stare in piedi.
Solo le voci delle donne, flebili speranze, non escono dal corpo di Agostino: sono voci distanti, lontane, esterne a quella scena che si va compiendo, a quel divenire di “imbattibile” malora: le donne, il grembo materno, è parlato da una voce diversa, che vuole cercare una via d’uscita a questa situazione. La madre è lì, a cercare di proteggere. Ma la sua voce è sempre più distante, fredda: è meccanica! Talmente meccanica che prende sempre più la sembianza di una nuova forma di madre, una nuova donna che abbandona il mito del femminino e si lancia verso l’abominio.
Lo spettacolo però vuole essere un lavoro di im-pressione, cioè capace di premere, dentro allo spettatore, quelle molle necessarie a smuoverlo.
La storia si sviluppa su due diverse sezioni: da un lato la vicenda complessa di Agostino, la sua vita da servitore, i suoi ricordi a volte commoventi a volte divertenti; dall’altro la morte del padre di Agostino, il funerale, la sepoltura, eventi che segnano il ragazzo fino a “invecchiarlo di 10 anni”.
Dentro la struttura (una gabbia di legno e ferro) ogni scena viene caratterizzata dallo spazio, che si modifica, diventando seminario, campo agricolo, casa dei nonni, aia della cascina… Agostino propone la sua voce, che racconta, ma vive al tempo stesso anche le voci di tutti gli altri uomini. Per Agostino uscire da quella gabbia è impossibile, se non, in rare occasioni, in cui però la finta fuga si riconduce ad un nuovo ingresso in quella malora, la nuova discesa sotto terra.
Qui si innesta la storia del padre, fatta di brevi flash, sparsi nello spettacolo. Ognuno di questi flash si conclude poi con una rovinosa caduta a terra di Agostino. La morte: è proprio lei che spinge sotto terra (“lassù a San Benedetto mio padre si pigliava la sua prima acqua sottoterra”). Ma al tempo stesso la Madre terra, il femminino, richiama a sé, come utero protettore. Ogni volta Agostino va verso il padre e cade a terra, a cercare la madre: s’inginocchia e prega, ma si ferisce e duole. Quel rapporto con la Madre sembra sempre troppo lontano, tanto che Agostino la cerca, come “Regina Caeli” o come sguardo di due occhi che non dicono notizie buone. Ma Agostino deve disperatamente cercarla. Una ricerca che però sembra essere ormai improponibile: la donna meccanica, fotogenica, è distante. La Dea è scomparsa, rimane solo un simulacro.